La Capitale ha perso uno dei suoi figli più illustri. Valentino Garavani, l’uomo che ha elevato l’eleganza a forma d’arte, è morto a 93 anni nella città che aveva scelto come quartier generale della sua rivoluzione stilistica. La scomparsa del couturier segna la fine di un’epoca per il fashion system internazionale.
La notizia ha fatto il giro del mondo in poche ore. Non è morto solo uno stilista: se n’è andato un visionario che per quasi cinquant’anni ha dettato i codici dell’eleganza globale. Dal 1959 al 2007, la sua maison romana ha prodotto creazioni capaci di attraversare generazioni, mode, trasformazioni sociali.
Il potere di un colore

Se c’è un elemento che identifica Valentino più di ogni altro, è quella particolare tonalità di rosso diventata un’icona. Ma pochi conoscono l’origine di questa ossessione cromatica. Durante l’adolescenza, in un teatro di Barcellona, il giovane Garavani rimane folgorato dalla vista di decine di signore elegantissime vestite tutte dello stesso colore. Quella sera sceglie il rosso come firma personale. Una decisione istintiva che diventerà il suo manifesto creativo.
Il rosso Valentino non è semplicemente una tinta: è un codice culturale riconoscibile ovunque. Rappresenta passione, potere, femminilità consapevole. Lo stilista vogherese lo declina in infinite variazioni, trasformandolo da scelta estetica a dichiarazione di intenti.
Curiosamente, però, il momento di massima consacrazione arriva con una collezione completamente bianca. Siamo nel 1967, l’ultimo giorno dell’ultima settimana di sfilate fiorentine. Nessuno vuole restare: giornalisti e buyer hanno già prenotato treni e aerei. Ma qualcosa nell’aria suggerisce che quella presentazione sarà speciale. Tutti rimangono. Il silenzio che accoglie quella teoria di abiti candidi si trasforma in ovazione. In un’epoca dominata da psichedelia e colori acidi, Valentino sceglie la purezza assoluta. E trionfa.
Il sodalizio che ha fatto la storia
Dietro ogni grande creativo c’è spesso un partner capace di trasformare visioni in business. Per Valentino questo ruolo lo ricopre Giancarlo Giammetti, incontrato per caso in via Veneto nel 1960. Lui ha 22 anni e studia architettura senza particolare entusiasmo. L’incontro cambia entrambe le vite.
La loro relazione sentimentale dura un decennio, ma il legame professionale e affettivo non si spezza mai. Giammetti diventa l’amministratore delegato, il mediatore con il mondo esterno, il protettore della creatività del compagno. Diana Vreeland, leggendaria editor di Vogue, li chiama affettuosamente “The boys”. Un soprannome che racconta molto: due ragazzi italiani che conquistano il mondo della moda partendo da zero.
La forza di questo duo sta nella complementarità perfetta. Valentino può concentrarsi esclusivamente sulla creazione, mentre Giammetti costruisce un impero. Insieme sviluppano un’estetica riconoscibile, un marchio globale, una rete di relazioni che trasforma la maison in un punto di riferimento assoluto.
Anche dopo la fine della relazione romantica nel 1970, costruiscono una famiglia allargata fatta di amici, collaboratori, affetti. Una tribù elegante e cosmopolita che ruota attorno a due città: Roma, con il quartier generale a Palazzo Mignanelli, e Parigi, con base in Place Vendôme.
Le regine della passerella e del red carpet
L’abilità straordinaria di Valentino sta nel vestire donne completamente diverse con uguale efficacia. Un esempio emblematico: quel vestito verde menta con cristalli, taglio a sari monospalla. Jackie Kennedy lo indossa negli anni Settanta, Jennifer Lopez lo sceglie per gli Oscar del 2002. Trent’anni di distanza, due fisicità opposte, stesso risultato strabiliante.
Jackie diventa molto più di una cliente eccellente. È una delle muse ispiratrici, un’amica intima. Sceglie Valentino per il funerale di JFK, poi ancora per sposare Onassis. In entrambi i casi, lo stilista e Giammetti scoprono tutto dai giornalisti che li chiamano freneticamente. “Non avevamo idea che avrebbe usato quegli abiti per eventi così importanti”, racconterà poi Giammetti.
La lista delle donne vestite da Valentino legge come un indice del Novecento: Liz Taylor si sposa in un suo abito, Marie Chantal di Grecia pure. Sei attrici salgono sul palco degli Oscar indossando sue creazioni: Julia Roberts in un vintage del 1992, poi Jessica Lange, Cate Blanchett, Mercedes Ruehl, Sophia Loren, Jessica Tandy.
Ma il genio dello stilista non sta solo nel vestire celebrità. La sua missione, dichiarata esplicitamente, è rendere belle tutte le donne. Non un’elite, non solo le dive: tutte. L’eleganza secondo Valentino è democratica, accessibile emotivamente anche quando i prezzi non lo sono.
L’impero del lusso e le scelte imprenditoriali
Nel 1998 compie una mossa che molti suoi colleghi giudicheranno azzardata: vende il marchio per 300 milioni di dollari. Mantiene però il controllo creativo, insieme a Giammetti. Una strategia che gli permette di continuare a creare senza preoccupazioni finanziarie.
L’acquisizione da parte del gruppo Marzotto arriva nel 2002. Anche in questo caso, i due partner mantengono i propri ruoli. Ma le tensioni iniziano a emergere. Nel 2006 arriva il riconoscimento della Legion d’Onore a Parigi, nello stesso anno partecipa con un cameo divertente ne “Il Diavolo veste Prada” accanto a Meryl Streep.
L’annuncio del ritiro arriva l’anno successivo. Ufficialmente è una sua decisione, ma molti sospettano pressioni da parte di Matteo Marzotto per svecchiare il brand. Per celebrare 45 anni di carriera, Valentino organizza tre giorni di festa a Roma: evento davanti al Colosseo, mostra all’Ara Pacis, ultima sfilata di haute couture. Il finale sorprende: non il rosso iconico, ma una sequenza di abiti rosa sublimi.
Il documentario che racconta la verità
L’amarezza per come si è conclusa l’avventura creativa emerge chiara nel 2009. “Valentino – The Last Emperor” di Matt Tymauer documenta l’ultimo anno prima del ritiro. Le riprese sono complicate: lo stilista più volte minaccia di interrompere tutto, ma il regista non molla.
Il risultato è un ritratto onesto, a tratti crudo, di un mondo fatto di lusso estremo ma anche di rapporti umani complessi. La prima a Venezia suscita in Valentino e Giammetti grande preoccupazione: temono risate, critiche, giudizi sulla loro relazione. Invece arriva una standing ovation interminabile che si replica in tutto il mondo. Il film diventa un successo inaspettato, permettendo ai due di prendersi una rivincita su chi li aveva messi da parte.
L’eredità nelle mani giuste
Sulla successione creativa Valentino ha sempre avuto le idee chiare. Indica Pierpaolo Piccioli e Maria Grazia Chiuri, che lavorano da anni nel reparto accessori. Matteo Marzotto preferisce Alessandra Facchinetti, che però lascia dopo appena due stagioni.
Finalmente arrivano Piccioli e Chiuri: erano loro la scelta originaria del fondatore. La coppia porta la maison a una seconda giovinezza straordinaria. Nel 2015 Chiuri viene chiamata alla direzione di Dior, Piccioli resta solo. Il fatto che due tra le voci più influenti della moda contemporanea siano cresciute sotto la sua ala è la prova definitiva del suo fiuto per il talento.
Il rifiuto della mediocrità digitale
Il ritiro dalle passerelle non significa sparizione dalla scena pubblica. Grazie soprattutto a Giammetti, da sempre appassionato di fotografia e molto attivo su Instagram, le creazioni e la vita di Valentino raggiungono nuove generazioni attraverso i social media.
C’è però un punto su cui lo stilista non transige: il rifiuto categorico delle influencer. Le accusa di proporre “scelte ridicole” e di diffondere “cattivo gusto”. Una posizione netta che gli attira critiche ma che rispecchia la sua visione: l’eleganza vera richiede studio, cultura, sensibilità. Non si improvvisa con un post sponsorizzato.
Tra i suoi simboli personali, oltre al rosso, ci sono i carlini. Questi piccoli cani lo accompagnano ovunque, da Palazzo Mignanelli a Gstaad, dove ama sciare, fino allo château fuori Parigi dove organizza feste leggendarie. Non importa se l’ospite d’onore è Andy Warhol o Kim Kardashian: ogni dettaglio è perfetto, dalle tavole (su cui scriverà anche un libro) all’atmosfera.
Un ultimo abbraccio che dice tutto
Luglio 2019, Parigi. Sfilata di haute couture firmata Piccioli. Valentino e Giammetti sono in prima fila, accanto a Celine Dion e Naomi Campbell. Quando il direttore creativo esce a salutare, circondato dalle sarte dell’atelier, accade qualcosa di inaspettato.
Le donne che cuciono a mano quelle creazioni notano tra il pubblico il fondatore della maison. Molte lavorano lì da decenni, alcune da quando erano ragazzine. In un attimo lo circondano, lo abbracciano, lo salutano con gioia incontenibile. Valentino ha le lacrime agli occhi. È un momento che racconta più di mille parole: rispetto, affetto, gratitudine reciproca.
La morte a 93 anni chiude un cerchio che parte da un ragazzino di Voghera folgorato dai colori in un teatro spagnolo e arriva a un impero globale dell’eleganza. Valentino Garavani lascia molto più di vestiti bellissimi: lascia una filosofia, un’idea di bellezza accessibile, la certezza che l’eleganza è un diritto, non un privilegio. Il suo rosso continuerà a brillare, memoria vivente di un maestro insostituibile.