Oltre 240 anni di carcere per una quarantina di imputati nel procedimento, nato dalla maxi inchiesta ‘Propaggine’ della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma e della Dia contro la prima ‘locale’ ufficiale di ‘ndrangheta nella Capitale. La sentenza del tribunale di Roma, arrivata questa sera, è stata letta in aula alla presenza del procuratore capo Francesco Lo Voi, accanto al pm Giovanni Musarò, ora sostituto procuratore alla procura nazionale antimafia e antiterrorismo. La condanna più alta, 24 anni, è andata al boss Vincenzo Alvaro.
Nell’inchiesta vengono contestate, a vario titolo, le accuse di associazione mafiosa, cessione e detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, estorsione aggravata e detenzione illegale di arma da fuoco, fittizia intestazione di beni, truffa ai danni dello Stato aggravata dalla finalità di agevolare la ‘ndrangheta, riciclaggio aggravato, favoreggiamento aggravato e concorso esterno in associazione mafiosa. A capo della ‘ndrina di Roma, secondo l’impianto accusatorio della procura di Roma, c’erano proprio Vincenzo Alvaro e Antonio Carzo: Carzo nell’estate del 2015 aveva ricevuto dalla casa madre della ‘ndrangheta l’autorizzazione per costituire una locale nella Capitale, retta dallo stesso Carzo e da Alvaro. “Noi a Roma siamo una propaggine di là sotto”, dicevano in un’intercettazione. E nelle conversazioni riportate nell’ordinanza del gip Gaspare Sturzo alcuni degli indagati facevano riferimento proprio al lavoro di alcuni magistrati e poliziotti che avevano lavorato prima in Calabria e poi a Roma: “c’è una Procura… qua a Roma … era tutta …la squadra che era sotto la Calabria. Pignatone, Cortese, Prestipino”…“e questi erano quelli che combattevano dentro i paesi nostri …Cosoleto … Sinopoli… tutta la famiglia nostra…maledetti”.
Una conferma dell’impianto accusatorio era arrivata già lo scorso gennaio quando la Cassazione ha confermato l’esistenza della prima ‘locale’ di ‘ndrangheta attiva nella Capitale rigettando i ricorsi presentati contro la sentenza della Corte d’Appello di Roma nel processo con rito abbreviato che aveva portato a condanne per oltre cento anni di carcere, tra cui quella a 18 anni per l’altro boss, Antonio Carzo.
“Dalla lettura della sentenza emerge il sostanziale accoglimento della parte principale dell’ipotesi accusatoria, e quindi del riconoscimento della gran parte dei reati che erano stati contestati a quasi tutti gli imputati, con una serie di condanne anche di elevato livello” dice il procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi. “Un altro dato particolarmente importante è la confisca di attività economiche attribuite agli imputati e collegate alle attività illecite da loro riconosciute come commesse, e che, quindi, può costituire uno sviluppo per ulteriori indagini su questo filone: uno stimolo particolare per proseguire in questa attività su cui la Dda di Roma è, come sempre, particolarmente impegnata”.