HomeRubricheNuovi paesaggi o... nuovi strumenti?Una questione di “pasta”, la nitidezza fotografica

Una questione di “pasta”, la nitidezza fotografica

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Aria del mattino Foto ©Marco Baracco

Il progresso tecnologico ci sta abituando ad immagini fotografiche molto definite. Soprattutto in termini di nitidezza, le odierne fotocamere hanno sensori potenti e prestazioni sempre più alte. Qual è effettivamente la differenza visiva rispetto alle fotografie del passato? È una questione di “pasta”.

Lee Miller Opere 1930 1955

 

 

Che cosa s’intende con questa parola? Nulla a che vedere con l’alimentazione; si dice così in gergo fotografico, quando si parla dell’impressione visiva che una foto trasmette sulla stampa. Il risultato del processo è stato determinato primariamente dal sistema pellicola-carta. Questo sino all’arrivo del sistema digitale. Ad un occhio attento, basta poco per capire se un’immagine è stata stampata da pellicola o se proviene da una apparecchio digitale. Oggi i software di post-produzione possono soltanto simulare un “effetto pellicola”, che sarà comunque individuabile nella “pasta” d’immagine. Perché? Cercherò di semplificare un termine di lettura che per i fotografi è ordinario, mentre chi non è addetto ai lavori ha bisogno di un aiuto pratico.

Lee Miller Opere 1930 1955

Le pellicole fotografiche sono costituite da un supporto plastico trasparente, su cui è depositato uno strato di sali d’argento in gelatina. Questi piccoli cristalli hanno forme irregolari e non seguono alcuno schema. In questo modo la trama è casuale, tuttavia l’impressione visiva è complessivamente armonica. Stesso discorso per la carta fotografica. Nel flusso digitale invece i singoli punti di luce hanno una struttura geometrica fissa. Quelli che chiamiamo abitualmente pixel sono in realtà piccole macchie che formano una griglia regolare. È questa una delle caratteristiche che permettono di distinguere le foto analogiche da quelle elettroniche. Parlando ovviamente della mia esperienza, ho ridotto al minimo un discorso che è legato al modo soggettivo di leggere le immagini. La struttura schematica del digitale, personalmente, mi pare giunta ad un eccesso di nitidezza che attenua molto la mia impressione emotiva. Ricordando che fotografare è ricordare, sarà perché ad una certa età si diventa nostalgici? Non importa, ciò che conta è sempre il messaggio che ci giunge osservando una fotografia. Sia che ci arrivi da un’epoca remota, sia che rappresenti il presente odierno, il messaggio deve viaggiare senza essere influenzato dal mezzo utilizzato per trasmetterlo.

Arianna Arcara I sogni dei vecchi

Un esempio pratico per capire la questione di “pasta”. Presso Camera, a Torino, ho visitato due mostre in contemporanea. Quella in primo piano Lee Miller, opere 1930-1955 e Arianna Arcara. I sogni dei vecchi. La prima presenta fotografie d’epoca in bianco e nero, quasi tutte quadrate 24×24 cm. La nitidezza non sempre è precisa, tuttavia l’impressione visiva deriva dal contenuto, a tratti molto forte. Nella seconda invece vi erano grandi stampe digitali formato 70×100 cm – anche queste in bianco e nero – ritratti di persone anziane, con una definizione eccezionale. Al di là del contenuto, indubbiamente significativo, l’impressione che ne ho ricavato è stata di una nitidezza esagerata. Il contrasto “materiale” – la questione di “pasta” – tra le due serie di fotografie, mi ha confermato che, in termini di comunicazione, non c’è alcun nesso tra il progresso tecnologico e il contenuto.

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